I dolori di Taranto! Come se ci fosse il bisogno costante che qualcuno ci ricordi tutto l’orrore e tutto il dramma che abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Come se bastasse un giro tra quei vicoli, tra le strade di quartiere, davanti ad una portineria, per raccontare in volo planare una città che non può essere solo e sempre narrata così con dolorante e rassegnata costernazione.
Come ad un funerale che ogni giorni celebri la fine di ogni speranza, di ogni prospettiva di crescita o di futuro.
A questo da tarantino, prima ancora che da presidente della squadra di calcio o da assessore regionale, mi ribello. E non perché non ci sia nulla da fare, adeguare, normalizzare, cambiare o rimettere a posto, ma perché qui c’è un magma sotterraneo, e non tanto, che aspetta di essere riconosciuto, visto, finalmente considerato anche dai media nazionali e non.
Così il titolo del servizio giornalistico realizzato da Goffredo Buccini e pubblicato dal Corriere della Sera lo scorso 14 aprile dal titolo “I dolori di Taranto dove anche il calcio è mafia”, resta non solo una piccola offesa alla città che si è ribellata e che fa, ma anche un mistero.
Non so, infatti, a quale episodio il giornalista del più blasonato giornale italiano si riferisca per comporre un titolo così nitido. E non riesco a capirlo neanche leggendo il corpo dell’intero articolo, ma resta il fatto che quell’analisi ancora una volta spietata della città, con i suoi cancerogeni, i suoi muri diroccati, i suoi crolli, le sue vie della droga e i suoi processi, consegna in primo piano al mondo, una città che non è solo quello.
Su Taranto, così come sui delitti e le pene di quei paesini un tempo sconosciuti alla cronaca e poi set privilegiati di patinati show del pomeriggio o delle domeniche da salotto per gli efferati delitti o pruriginosi scandali che tanto piacciono al popolo italiota, funziona benissimo la regola del circo mediatico che ama le cattive notizie, se ne nutre espandendole a dismisura. Ma su Taranto tutto o quasi è stato scritto e la notiziabilità paradossalmente non dovrebbe riguardare più i suoi “dolori”, quanto i germogli di “buono” che albergano ovunque, come un fiore che nasce nel deserto e che per questo è importante venga visto dal mondo.
Basterebbe volervi vedere quei fiori, riconoscerli, rintracciarli ad esempio tra quei 15mila volontari che operano tra la città e la sua provincia, in una suora e il suo staff che in quell’isola ogni giorno danno sostegno e valori a circa 200 bambini, in un imprenditore che decide di non mollare, anzi fa il giro del mondo proponendo mete turistiche internazionali e poi decide di tornare nella sua terra dove dice in maniera quasi visionaria “tutti i turismi sono possibili”, in un gruppo di attori e registi che sotto alle ciminiere tengono in vita un teatro, in quei biologi e appassionati che su un catamarano hanno raccolto dati, informazioni scientifiche che dimostrano come Taranto sia il un grande santuario dei cetacei da lasciare senza parole, in due “cozzaruli” che sperimentano il ritorno della grande ostrica tarantina, e perché no, in una squadra di calcio, il Taranto F.C. che ha dimostrato allo sport italiano come disputare un campionato di qualità facendosi socio di una fondazione fatta da tifosi e ricevendo per questo il plauso del Ministero degli interni e di Lega Pro.
Il signor Buccini ha fatto benissimo il suo lavoro, anche se ancora non mi è chiara la squadra di calcio in odor di mafia a cui fa riferimento nell’articolo, ma il suo lavoro sarebbe stato ancora migliore se ci avesse dato una notizia che non sapevamo già. Una buona notizia caso mai, molto più rara e preziosa a questi paralleli.
Taranto e i tarantini hanno bisogno di buone notizie. Non per dimenticare quelle cattive, o per edulcorare la realtà, ma perché innanzitutto le meritiamo eppoi perchè una buona notizia, condivisa, twittata, accolta, è in grado di trasmettere comportamenti virtuosi e avere effetti pedagogici, educativi, emulativi.
Un processo virtuoso di cui Taranto ha più che mai bisogno.

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